MOLFETTA E IL MARE

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La Puglia blu del mare è lunga 800 km.

Questo forte presenza del mare ha impresso dei caratteri peculiari alla natura e alla storia pugliesi.

Lungo le coste pugliesi si sono sviluppati i circuiti di scambio con la Grecia, con l’Oriente, con Venezia, con i centri portuali della Dalmazia.
Gli “Ordinamenta et Consuetudo Maris”, promulgati in Trani nel 1063,  stabilirono per iscritto le consuetudini già da tempo radicate presso i marinai pugliesi.

Durante il Viceregno spagnolo, i navigli pugliesi percorsero le vie adriatiche e tirreniche sfidando gli assalti turchi e corsari, nonostante l’apertura delle grandi rotte marittime verso l’Atlantico.

Nel 1700 si ebbe la rinascita dei traffici marittimi: centri attivi come Manfredonia, Barletta, Trani, Molfetta, Bari, Monopoli, Gallipoli incrementarono gli scambi mercantili e insieme l’attività peschereccia..

L’Ottocento fu il secolo d’oro della marineria velica pugliese.

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Il XX secolo segnò la fine della vela e l’inizio della  storia della marineria motorizzata.
 
Attraverso le inevitabili trasformazioni, il mare è stato l’ interlocutore essenziale della gente di Puglia e, indagando nel presente, si scopre che la cultura marinara conserva nel tempo,  con l’amore di sempre,  i segni del passato.

Molfetta, città costiera della Terra di Bari, sin dal Medioevo era un centro dinamico.

Ne sono testimonianza gli antichi documenti come il Trattato commerciale con Ragusa, del 1208, stipulato per alleggerire il peso fiscale sul traffico commerciale tra le due città e il contratto con cui, sessant’anni più tardi, Guglielmo di Simeone trasportava da Durazzo a Molfetta 3000 doghe, acquistate in località Carabostasio lungo il fiume Debalo. I documenti  evidenziano la presenza, già durante il XIII secolo, di una attiva classe mercantile e anche la stretta relazione tra le attività produttive commerciali e il mezzo di trasporto marittimo: Molfetta era un centro marinaro dotato della portolania, con registri di annotazioni su ogni imbarcazione che approdava nelle sue acque.

La città era naturalmente dotata di tre punti di approdo, così come li descriveva lo storico Giuseppe  Marinelli, alla fine del Cinquecento:
  “Nel lido del mare Adriatico, detto dai moderni Golfo di Venetia, in quella parte d’Italia quale ora si chiama terra di Bari et dagli Antiqui Iapigia o vogliamo Apulia Peucetia nel più bello et più ameno luoco della Provintia nel  mezzo fra Bari et Barletta al presente luochi famosisimi  appare una penisola battuta da tre lati da le onde marine la quale gira intorno poco men d’un miglio nomata già dagli antichi et naviganti l’Isola di S. Andrea da una chiesa antiquissima rinovata di fresco da le fondamenta a quel Santo ivi dedicata; et come si crede, da costoro conosciuta per la comodità del porto postoli da la banda di ponente, attissimo a ritenere quasi ogni sorte di Vascello, per essere difeso da tutti li lati da qualsivoglia bizzarria di vento et impeto d’onde: intanto che questa riviera dopo di  Brindisi non ha né il più comodo né il più sicuro non apportarà questa maraviglia, considerata l’esperienza fatta tante volte di questo e degli altri de la riviera: et ancora quello spatio di terra bagnato dal mare, quale sta dal lato di ponente della peninsola et fa quasi un semicircolo che va con le sue punte da una parte a finire alla penisola, da l’altra al capo de la torre al modo del Cratere del Golfo di Napoli, racchiudendo in sé il Porto; perché non solamente la natura ha dotato quel semicircolo del porto descritto, ma ancora del Porto di S. Giacomo et de la cala de li pali, luochi tutti comodissimi per vascelli. Hora qui, dicemo sopra la penisola, risiede la Città di Molfetta come vedrà dal disegno, che se l’invia, occupandola tutta con la sua habitattione et edifitij non ingrati, anzi belli al vedere per essere fra loro dipinti, et edificati da le fondamenta insino alla sommità de li tetti con loro istessi coperti di pietre vive…..”

I tre luochi tutti comodissimi per vascelli erano il porto di S. Giacomo, la Cala dei Pali e il molo accanto al Duomo.

Alla fine del Seicento i molfettesi affiancarono al piccolo cabotaggio  itinerari più ampi verso i porti dell’alto Adriatico come Senigallia, Ancona, Ferrara, Venezia spingendosi fino a Trieste e Fiume. Questa apertura portò nel Settecento ad una più consistente presenza del naviglio molfettese in questi porti.

Nel Settecento Molfetta rientrò nel programma di ammodernamento della marineria mercantile voluto prima dagli austriaci e poi dai Borbone, convinti dell’importanza strategica del regno di Napoli nel Mediterraneo. Furono istituzionalizzate le Patenti di Sanità, rilasciate dai Deputati della Salute di ogni città marittima, dietro dichiarazione dell’equipaggio della barca che faceva scalo nei porti. Servivano a dimostrare di non aver toccato porti “sospetti” onde evitare il contagio di malattie infettive .

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Dalla seconda metà del Settecento fu introdotta un nuovo sistema di pesca detta alla gaetana, che determinò una svolta radicale nei metodi di pesca e nello sfruttamento più accentuato delle risorse ittiche.

In quegli anni Molfetta aveva bisogno di strutture nuove che accogliessero ogni tipo di naviglio  proteggendolo dalle maree e dai venti da ponente, dalla tramontana e dal greco. All’antico molo cinquecentesco accanto al Duomo, si aggiunse nel 1844 la costruzione dei due moli isolati,  chiamati poi  “S. Michele” e “ S. Corrado”, che permettevano un più sicuro approdo nell’ampio seno della rada di ponente.
Potenziato il nuovo porto, a Molfetta si ebbe un incremento della marineria tanto peschereccia quanto mercantile, favorendo l’avvio del processo di industrializzazione da parte del ceto imprenditoriale locale.

Soprattutto nel secondo cinquantennio dell’Ottocento l’economia molfettese, benché colpita da ripetute epidemie di colera e da gravi crisi agricole, come quella olearia del 1884 e quella vinicola del 1887, era in pieno sviluppo.  
Si intensificò il commercio nell’Adriatico con Venezia e Trieste ancora austriaca e a Molfetta facevano scalo i piroscafi della Società Lloyd Austriaco. Si consolidò l’operosità dei  cantieri navali che valorizzarono le maestranze molfettesi dei maestri d’ascia e calafati.
Considerata la rarefazione di cantieri navali lungo la fascia adriatica tra Ancona e Manfredonia,  Molfetta risultò un riferimento importante, insieme a Mola  e Monopoli, per la costruzione, in Terra di Bari, di trabaccoli, pielaghi, gozzi, golette e numerose paranzelle.
Il locale settore peschereccio, nei momenti di crisi economica, svolgeva una funzione compensatrice degli equilibri economici della città.

Seguirono nel tempo i lavori di sistemazione del porto con la costruzione di banchine, la costruzione del molo pennello, l’ammodernamento dello scalo di alaggio e il completamento della diga foranea.

Nel XX secolo cominciò il declino della marineria velica e l’incremento dei motopesca che richiesero nuove tecniche imprenditoriali e nuove competenze.
Ma le vele delle paranze molfettesi e delle tartane da pesca e i “babrabà”, secondo il gergo marinaro locale,  rimasero ancora a lungo sul mare. I documenti attestano che negli anni trenta Molfetta disponeva di una flotta del valore di più di un centinaio di bilancelle (due bilancelle gemelle in coppia costituivano la paranza per la pesca a strascico), circa duecento barchette a remi e una quarantina di motopescherecci. Di tale flotta, più di 50 bilancelle si recavano ogni anno all’estero (Grecia, Turchia, Asia Minore, Egitto, Albania, Iugoslavia), le altre esercitavano la pesca al Gargano, Isole Tremiti, Brindisi, Gallipoli, Taranto e Gaeta.

Nel Novecento, quale importante porto peschereccio del Basso Adriatico (riconosciuto con D. R. 4 aprile 1929),  a Molfetta fu impiantato il Mercato all’ingrosso del pesce sulla Banchina di S. Domenico, con frigorifero e celle di conservazione.  
Sul finire degli anni cinquanta le bilancelle, i trabaccoli, i battelli a remi scomparvero quasi del tutto e i motopescherecci in legno con motore divennero oltre novanta e salirono a 130 negli anni sessanta, mentre le motobarche per la pesca ravvicinata erano circa una trentina. I motopescherecci di stazza superiore a 25 tonnellate praticavano la pesca di altura, mentre i pescherecci al di sotto di 25 tonnellate facevano la pesca costiera.
Nella storia marinara della città  un ruolo importante spetta alla Scuola Professionale Marittima.

Attualmente, e da tempo, le risorse ittiche, in particolare dell’Adriatico meridionale, sono sempre più scarse. La minore redditività del mare, insieme alla riduzione della remuneratività economica dell’attività della pesca, ha imposto la costruzione di natanti, anche  in acciaio,  più grandi e più potenti per affrontare l’altura e le lunghe permanenze, con costi  di gestione sempre più alti.
Oggi la cantieristica molfettese, nonostante le difficoltà del presente e le nuove tecnologie, è ben rappresentata da cantieri a conduzione famigliare con maestranze professionali e specializzate prevalentemente nella costruzione di natanti in legno.


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